Interviste di MUSICA Radio Prima Rete 2010 -2011

Il 28 marzo 2011 Andrea Cimmino ha intervistato i Novaroots e Dario De Lucia durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione:intervista ai Novaroots e intervista a Dario De Lucia

Il 7 marzo 2011 Andrea Cimmino ha intervistato i Sonatin durante MUSICA Radio Prima Rete.Ve ne proponiamo la registrazione:intervista ai Sonatin

Il 21 marzo 2011 Andrea Cimmino ha intervistato i Khymeia Project durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione:intervista a Khymeia Project

Il 21 febbraio 2011 Mauro Boccuni ha intervistato Toti Poeta durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione:intervista a Toti Poeta

Il 14 febbraio 2011 Andrea Cimmino ha intervistato i Cybersadic durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione:intervista ai Cybersadic

Il 15 novembre 2010 Andrea Cimmino ha intervistato i Marenia durante MUSICA Radio Prima Rete.Ve ne proponiamo la registrazione:intervista ai Marenia parte 1 e parte 2.

Il 31 gennaio 2011 Andrea Cimmino ha intervistato Gianluca Merenda chitarrista di Samuel Holkins durante MUSICA Radio Prima Rete.Ve ne proponiamo la registrazione: intervista Gianluca Merenda chitarrista di Samuel Holkins

Il 24 gennaio 2011 Andrea Cimmino ha intervistato il Gruppo Operaio durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione: intervista con il Gruppo Operaio

Il 25 ottobre 2010 Andrea Cimmino ha intervistato Teresa “Katres” Capuano durante MUSICA Radio Prima Rete.Ve ne proponiamo la registrazione: intervista con live in studio a Teresa “Katres” Capuano

Il 17 gennaio 2011 Andrea Cimmino ha intervistato i L.ego durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione: intervista ai L.ego

Il 10 gennaio 2011 Andrea Cimmino ha intervistato i MiSaCheNevica durante MUSICA Radio Prima Rete. Ve ne proponiamo la registrazione: intervista ai MiSaCheNevica.

Vi ricordiamo che MUSICA è stata una trasmissione che è andata in onda su Radio Prima Rete alle ore 17:00 alle ore 19:00 curata da Mauro Boccuni e condotta da Andrea Cimmino. Con la partecipazione di Vincenzo Esposito.

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febbraio 2011 – Intervista ad Alfredo Capuano della NewMediaPress, Napoli

Continuano le mie incursioni giornalistiche all’interno delle realtà professionali che costituiscono e valorizzano la cosiddetta filiera del mondo dello spettacolo.

Questa intervista apre uno squarcio su un campo delicato, quello dell’ufficio stampa, oggetto spesso di speculazioni da parte di chi crede di potersi improvvisare promoter di questo o di quell’artista per sbarcare un lunario faticoso da colmare.

Intanto l’ufficio stampa non si occupa di promozione in senso stretto, ma può all’uopo affrontare l’obiettivo che in genere è demandato ad altre funzioni di un team artistico.

NewMediaPress - www.newmediapress.it

Poi l’uffico stampa è….ma perchè devo raccontarvelo io cosa sia!

Vi passo Alfredo Capuano della NewMediaPress realtà con cui sono (dovrei dire orgoglioso, ma poi diventa piageria) felice di collaborare e di interfacciarmi per lavoro. Quindi prima di passarvi l’intervistato ringrazio Alph, Bob e Rosario per la disponibilità. Ho finito 🙂

Mauro Boccuni (MB): Ciao Alfredo e grazie per avere accettato di rispondere alle mie domande per il blog MUSICA|Portale di musica libera. Io ti conosco, so di cosa ti occupi e soprttutto qual è la tua funzione e il tuo contributo all’interno della New Media Press. Ti chiedo la cortesia di presentare te stesso, la New Media Press, i suoi servizi e i suoi componenti che ovviamente saluto 🙂

Alfredo Capuano (AC): Ciao Mauro! Non capita spessissimo, a chi fa questo mestiere, di essere oggetto e non soggetto dell’intervista, quindi ho accettato molto volentieri di rispondere alle tue domande. Anche se la tua prima domanda sembrerebbe banale, ti assicuro che non lo è affatto. Potrei risponderti “Sono Alfredo Capuano, giornalista musicale, addetto stampa, fotografo…” ma peccherei sicuramente di presunzione. Quindi più pacatamente ti rispondo “Sono Alfredo Capuano, provo a fare il giornalista, provo a fare l’addetto stampa, provo a fare il fotografo”. Il concetto è che, secondo me, non si smette mai di imparare: risponderò allo stesso modo anche tra quarant’anni. Quando si pensa di essere arrivati al punto, si smette di crescere ed è lì che si incontra il proprio limite. Lavoro e collaboro con varie testate giornalistiche, inseguo costantemente quella che è la mia passione, la fotografia, e sono uno dei tre componenti della NewMediaPress, ufficio stampa e comunicazione, fondata assieme ai miei due amici e colleghi, Rosario Scavetta (santo editore/direttore/presidentissimo) e Roberto “Bob” Basile. Ci occupiamo principalmente (ma non solo) di curare la comunicazione su web, carta, radio e tv di qualsiasi evento o gruppo musicale. Anche questa, fortunatamente, una passione divenuta lavoro.

(MB): Veniamo al dunque Alfredo di questa mia intervista ossia quale possa essere il contributo di un ufficio stampa per lo sviluppo di una efficace cultura della comunicazione di un’identità artistica o di un evento. Puoi spiegare ai nostri lettori innanzitutto perché scegliere la qualità di un ufficio stampa affermato non rappresenta MAI un costo ma un investimento?

(AC):  Nonostante ciò che si dica nelle tribune stampa televisive, sono un orgogliosissimo “inutilmente” laureato in Scienze della Comunicazione, quindi la mia risposta sarà faziosa e di parte. Scherzo, naturalmente, ma trovandomi nella posizione da “surfer”, per dirla alla McLuhan, posso affermare con decisione che dalla comunicazione (dalla “buona” comunicazione) dipende gran parte della  riuscita di un evento o quantomeno del suo posizionamento all’interno dell’opinione collettiva. Scegliere di affidarsi ad un ufficio stampa e non al classico “amico che conosce quel giornalista che lavora per quel giornale che in cambio di un accredito per la serata può farti uscire il trafiletto a bordo pagina” significa inanzitutto dare un’impronta di serietà a ciò che si propone. Significa assicurarsi che la notizia arrivi ad un pubblico quanto più vasto possibile, significa fare in modo che il proprio lavoro, i propri sforzi, siano raccolti da un bacino più ampio di persone che possano apprezzarli davvero, significa dare dignità a ciò che si è fatto e a ciò che si crede. Significa creare collegamenti, feedback, scambi di idee. Finchè si parla di qualcosa, quel qualcosa non è morto! Anzi, è fulgido, vivo, remiscelarsi. E’ un investimento perchè la comunicazione è ciò che ci mette in contatto con il fuori-da-sé e le cose fini a sé stesse non hanno molto senso. A che serve perdere un anno di vita per incidere il miglior album della storia se nessuno ne conoscerà mai l’esistenza?

(MB): Ora ti/vi voglio immaginare felici di avere acquisito un artista o un evento/una mostra di cui vi dovete occupare. Passata l’euforia, a parte le fasi principali in cui si articola il vostro lavoro,  qual è la vostra preoccupazione principale riguardo al progetto in generale?

(AC):  Molto banalmente la nostra principale preoccupazione è quella di riuscire a far contento il cliente. Meno banali sono le motivazioni. Non si tratta di una semplice questione lavorativa: molto spesso, per nostra indole, instauriamo un rapporto di amicizia con quello che nei primi dieci minuti si presenta come un estraneo, un “cliente” appunto, ma che dopo il primo caffè, o più di frequente la prima birra assieme, diventa un amico. Il nostro è uno sforzo collaborativo, non chiuso nelle quattro mura del nostro ufficio. Se un festival va bene, se ad una serata c’è il pienone, se un album viene apprezzato da molti, se il “cliente” è soddisfatto, significa che abbiamo svolto un buon lavoro. Ma soprattutto significa che c’è gente che ha ascoltato della musica, o magari che ha subito un cambiamento, seppur minimo, nel suo modo di intendere il concetto stesso di musica. Volevo giocarmi questa risposta con l’ultima domanda “bonus”, ma penso che sia più coerente inserirla qui. Molto, troppo, spesso sento dire “A Napoli non c’è mai niente di nuovo da ascoltare” oppure “Non esce un buon gruppo da troppo tempo”. Sono molto legato al mio territorio e credo sia una fucina di talenti artistici con nulla da invidiare alle più spesso idealizzate Londra (mio sogno di adolescenza, lo ammetto) e Berlino o, per restare nei nostri confini, Roma, Milano o Bologna. Riuscire a convincere una persona su mille che a Napoli si può fare musica, a Napoli ci sono cose “nuove” da vedere ed ascoltare, rappresenta per me (e per noi) uno dei principali obiettivi a cui tendere. La nostra preoccupazione, quindi, è non riuscirci, darla vinta al luogo comune, vera nemesi dell’arte, in ogni sua veste.

(MB): Che cosa può rendere per un US un progetto di successo e che cosa può renderlo un episodio da catalogare come “un’esperienza”?

(AC):  Parto dal presupposto che ogni episodio, per noi, è un’esperienza. Vada bene o vada male c’è sempre qualcosa in più che si poteva fare e che non abbiamo fatto. E’ semplice evoluzione, semplice legge dell’effetto. Credo fortemente che un iter preciso e sicuro da seguire non esista e non essere in continuo mutamento rappresenti quello che è stato il medioevo per l’avanzata tecnologica. Ogni occasione, ogni progetto che seguiamo ci insegna moltissime cose. La multisfaccettatura di ogni singolo individuo, o gruppo di individui, con cui ci ritroviamo a lavorare ci indica (o ci impone) il giusto modo di fare. Ma è più un canovaccio che un semplice algoritmo. Il nostro miglior progetto di successo è il prossimo che seguiremo.

(MB): Tu ti occupi anche di altre attività strettamente legate alla valorizzazione dell’arte, della musica in particolare quella dal vivo. Come arricchiscono tutte queste esperienze la tua vita professionale alla NMPress?

(AC):  Come dicevo prima sono un “surfer” (come moltissimi miei altri colleghi) della musica. Non suono in un gruppo, non sono un “semplice” addetto ai lavori. Fortunatamente riesco ad andare ai concerti senza carta e penna e godermi semplicemente una buona serata. Ed ogni volta che torno da uno di questi sono ricaricato e convinto che, alla fine di tutto, la musica (ed in particolare quella dal vivo) è ciò che davvero riesce ad accomunare tutti i rappresentanti della razza umana. La sola idea di muovermi in questo mondo mi da la forza di resistere a 48 ore di veglia lavorativa ad un festival o ad una qualsiasi levataccia notturna in ufficio. Escludendo il lato prevalentemente emotivo/emozionale, la mia esperienza in itinere da fotografo (o da pseudo tale) e da giornalista mi porta a vedere con occhio più critico chi è sul palco. Non sono un “indie-snob”, assolutamente, ma così come trovo giusto che tutti, e dico tutti, possano provare a fare musica, trovo anche naturale che non tutti siano fatti per riuscirci. Questioni di gusto, certamente, ma come dicevo poco prima, il feedback del pubblico è di pari importanza (se non maggiore) della propria convinzione.  E’ stato piacevole, però, riuscire a dare qualche dritta a chi, in modo informale, magari durante un concerto, faceva una cosa che ormai sembra essere purtroppo sempre più fuori moda: chiedere un semplice, diretto, parere.

(MB): Ti invito a rivolgerti ai tanti gruppi che sia io che te seguiamo per professione e passione. Dal punto di vista di un giovane, ma “rodato” professionista, spiega perchè non devono commettere “quel” particolare errore e dall’altra invitali a sbagliare, ma senza farsi troppo male!

(AC):  Questa è la domanda più difficile. Non penso di essere nella posizione di spiegare alcunchè a chi, magari, si trova in questo ambiente da più tempo di me. Più che la teoria, per me, conta l’esperienza. Posso però provare a dare un consiglio che non si esaurisce solo in questo ambito, ma che secondo me abbraccia anche la vita di tutti i giorni: siate umili, chiedete spiegazioni, fate tesoro di ciò che vi viene detto, senza dare in escandescenze, non credetevi mai i migliori, ma provate ad esserlo sempre. Accettate le critiche, in particolar modo quelle negative, senza innervosirvi. E se non riuscite a mantenere la calma, non è mai troppo tardi per chiarirsi. Mi sbilancio un po’ ed entro nel particolare. Il palco non è un piedistallo ma un trampolino e la rete siamo noi: pubblico, fotografi, giornalisti…

(MB): Se non ti ho chiesto qualcosa che tu ritieni utile dire, questa è la mia ultima domanda a tua disposizione USALA!

(AC):  Ho pensato a tutte le risposte e, come lettore, mi è venuta la sacrosanta domanda: “D’accordo, l’amore per la musica, la fotografia, la comunicazione e tutto il resto… se è solo questo, perchè vi fate pagare?”. E’ una domanda giusta, anzi giustissima. La mia risposta è molto semplice e diretta: un musicista innamorato del proprio lavoro, può permettersi di suonare sempre gratis? Siamo riusciti a ritagliarci uno spazio lavorativo in un campo che amiamo profondamente e, come ogni persona innamorata, tendiamo a focalizzare tutte le nostre energie verso l’oggetto amato e per farlo non possiamo occuparci anche di altre fonti di sostentamento. O questo fatto al meglio delle nostre capacità attuali, o varie cose fatte in maniera mediocre. Abbiamo scelto la prima.

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febbraio 2011 – Intervista ad Alfredo Esposito della SubCava Sonora, Napoli

Napoli, Napoli, sempre Napoli! Sì, e per sempre 🙂

Qui ho lavorato, qui vivo, qui respiro le contrafflizioni di un sistema eternamente in cancrena e che al minimo svoltare d’angolo ti ammalia con inattese strette di mani e di enfasi erotico-paesaggistiche come nessun’altro “infermo rosa” mai al mondo 🙂

Ma cosa c’entra tutto questo con il rock’n’roll? Ecco seguitemi per favore.

SubCava Sonora

Sotto la collina del Vomero, sul lato lord ovest della spianata di asfalto che gratifica a stento il senso di mancata cittadinanza di un largo strato di popolazione, in questa zona della città nota come Soccavo si trova la sede legale di questa particolare società di management musicale, la Subcava Sonora appunto.

Particolare perchè è la prima società di management musicale in Creative Commons in Italia!

E tutto ciò ha molto a che fare con il rock’n’roll, eccome!

Per capirlo sono andato a chiederlo direttamente ad Alfredo Esposito che in SubCava si occupa di tutto il fronte gestionale dopo le esperienze in campo giornalistico (Corriere del Mezzogiorno, Miniver), musicale (Giovani Suoni, Intercettazioni Sonore) e comunicativo

Mauro Boccuni (MB): Alfredo, grazie per avere accettato di rispondere a questa intervista con cui cerchiamo assieme di indagare meglio come si manifesti il rapporto tra creatività e tutela del diritto d’autore nell’era dei media digitali. Ti chiedo innanzitutto di presentare ai lettori del blog SubCava Sonora e di cosa ti occupi nell’organizzazione

Alfredo Esposito (AE): Noi ringraziamo te per l’interesse mostrato su questo argomento e per lo spazio che ci concedi. La Subcava Sonora è la prima etichetta ed agenzia di management musicale italiana a lavorare esclusivamente con opere distribuite in copyleft, cioè prive di licenze d’uso esclusive: noi crediamo, che con l’avvento di Internet e con l’inarrestabile fenomeno del download, si siano aperti spiragli per la proposizione della musica che, saltando gli intermediari non utili e lasciando la fruizione libera al pubblico, possa abbattere i costi legati alle produzioni discografiche, non più sostenibili con il concetto di copyright. Questo sistema permette ai musicisti di compiere due operazioni: la prima è quella di farsi conoscere in maniera molto più veloce, semplice e diretta, con un guadagno enorme dal punto di vista dei live in ogni parte del mondo. La seconda è che così facendo gli artisti posso disporre liberamente della loro arte, decidendo che utilizzo farne in qualunque caso: questo aspetto viene negato in caso di iscrizione alla S.I.A.E.. Il mio ruolo in questa vicenda è fare da ponte tra il mondo culturale posto alla base del Copyleft, che ha un potenziale propositivo enorme, e quello manageriale musicale storicamente inteso.

MB: Io non vorrei dilungarmi in lunghe spiegazioni su quali siano le differenze tra il copyright rispetto al copyleft.
Ma visto che sono l’argomento principale della nostra intervista e al contempo rappresentano la filosofia di gestione del prodotto offerto da SubCava Sonora, spieghi ai lettori in cosa consista tutelare il diritto d’autore in una maniera rispetto all’altra
?

AE: Tutelare il diritto d’autore attraverso sistemi alternativi significa avere difesa dal plagio o da un indebito utilizzo di una propria creazione, senza cedere i diritti connessi a questa legittima difesa, garantita dall’ Art. 35 comma 1 della costituzione che tutela il lavoro, compreso quello intellettuale, “in tutte le sue forme e applicazioni.

La S.I.A.E., certificando da data certa la paternità di un’opera, offre un servizio a pagamento mezzo di tutela dal plagio,  ma chiede in cambio dell’ iscrizione l’intermediazione esclusiva e totale nella gestione dei diritti connessi: un sistema profondamente antieconomico, se pensiamo che già di per sé il 60% degli iscritti non riesce con i soldi ricevuti nemmeno a pagare la tassa annuale di iscrizione alla stessa S.I.A.E.. I sistemi alternativi ma altrettanto validi sul piano della tutela (penso ad esempio alla ‘marcatura temporale’ gratuita certificata dal C.N.I.P.A., parificata legalmente a quella S.I.A.E.), permettono di riuscire a stabilire con certezza di chi è il diritto, ma non ledono le volontà gestionali dell’ autore, che rimane libero di utilizzare la propria musica, decidendo ad esempio di non riscuotere nessun compenso per il diritto d’autore se desidera di partecipare ad un concerto di beneficenza. Normalmente, parte di quella beneficenza andrebbe alla S.I.A.E. anche contro la volontà dell’ autore.

MB: Ora che abbiamo chiarito e condiviso i termini del discorso, SubCava Sonora sembrerebbe dimostrare – nonostante la giovane età della società – che non solo un sistema di tutela alternativo esiste e si può adottare, ma che ha addirittura dei punti di forza per gli artisti e tutti gli operatori del settore. E suppongo anche dei punti deboli. Ce ne parli?

AE: La nostra forza sta nel fatto che possiamo creare un rapporto diretto tra artisti e pubblico, saltando gli intermediari. Il nostro evidente punto debole è la paradossale mancanza di cultura di massa legato ad un sistema di gestione di massa. Internet, in quanto tale, è puro Copyleft: i social network come Youtube, Facebook, Myspace non fanno altro che creare momenti di condivisione continua. Noi non facciamo altro che mettere le band in condizione di partire da una base meritocratica che, senza le imposizioni mainstream,  possa fornire un’ ulteriore modalità di partecipazione democratica del pubblico.

MB: La SIAE vi crea dei problemi? Esistono cioè dei limiti da parte dello strapotere della Società che in Italia amministra i proventi per lo sfruttamento delle licenze artistiche depositate con cui anche un management in CCommons deve avere a che fare?

AE: Se volessimo parlare dei problemi riscontrati, non tanto da noi quanto dalle centinaia di musicisti che abbiamo incontrato nell’ ultimo anno, potremmo tirare su una sorta di Libro Nero. Per quanto ci riguarda, noi stiamo provando a muoverci attentamente e con strumenti moderni tra le falle legislative di una legge emanata in periodo fascista (Legge n° 633 del 1941). E’ la legislazione posta alla base della S.I.A.E. che rappresenta di per sé il grande problema. E mi rendo conto che questa grande società non gradisca l’emergere della concorrenza, ma è ridicolo che in un paese che ha sposato il concetto di Unione Europea in una chiave innanzitutto liberista, vi sia un’ ente monopolista che gestisce indiscriminatamente senza dar conto né ai suoi iscritti né allo sviluppo della condivisione culturale posto alla base della nostra crescita sociale.

MB: Che tu sappia, siete l’unica realtà del genere in Italia e/o in Europa?

AE: Organicamente, come etichetta ed agenzia di management registrate ma esterne alla S.I.A.E., credo di sì. Ma fortunatamente non siamo soli: esistono molte realtà con le quali collaboriamo che sposano parti della nostra filosofia: penso all’ etichetta SubTerra Label, o al FPLM, il Fronte popolare per la musica libera, che negli anni scorsi ha sponsorizzato le prime compilation in Copyleft con artisti importanti come l’Enfance Rouge. E non dimentichiamoci che negli U.S.A. i Nine Inch Nails hanno rilasciato uno dei loro ultimi album in copyleft e che i Radiohead regolarmente mettono in dowload i loro brani a prezzo libero. L’ Europa c’è, ma ha bisogno di aggregarsi anche culturalmente: noi aderiamo alla POP NET Europe, l’agenzia internazionale dell’ U.E. per lo sviluppo della musica emergente, e stiamo provando ad operare proprio in tal senso.

MB: Quale eco ha avuto l’iniziativa sui media italiani?

AE: L’interesse viene da diversi aggregati sociali, ma la risposta è ancora limitata rispetto alla portata dei cambiamenti: abbiamo avuto però la soddisfazione di ricevere l’attenzione della cattedra di Scienze della Comunicazione della S.O.B., da giornalisti economici e musicali e dalle associazioni culturali che organizzano concerti e sono interessate a risparmiare la tassa S.I.A.E. sulle serate di gruppi non registrati, anche per promuovere miglioramenti di cachet per le band. La stampa attenta, con tempi un po’ più dorotei, risponde altrettanto bene.

MB: Ora concentriamoci sulla società SubCava Sonora. Ho conosciuto e sentito i tre gruppi che avete prodotto e pubblicato.
Ma io voglio sapere quali sono i princìpi che caratterizzano nel 2011 essere “indipendenti” rispetto a 25 anni fa.

AE: L’indipendenza è data da due fattori. Uno, soprattutto mentale, che riguarda l’approccio alla creazione musicale: quando è libera da fattori meramente economici, può viaggiare liberamente. E per fare questo entra in scena il secondo fattore, che è quello di legarsi il meno possibile al mondo di compromessi che vivono le grandi major, che purtroppo hanno sistemi economici che non prevedono cali umani e creativi da parte degli artisti, obbligati nel tempo a diventare amorfe icone di merchandising emotivo.

MB: Progetti futuri? Hai l’ultima domanda per guardare negli occhi i lettori del blog e spiegargli perchè “fate la differenza”. Vai 🙂

AE: Noi non facciamo niente di straordinario. Cerchiamo solo, tenendo gli occhi ben aperti sulla società intorno a noi, di utilizzare al meglio gli strumenti che abbiamo a disposizione, avendo come faro principale lo sviluppo umano.  E per farlo ci siamo dotati di band che, a nostro parere, possono tracciare un solco visibile in questo neonato decennio musicale.

Mauro Boccuni – Pozzuoli (Na), 3 febbtraio 2011

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Gennaio 2011 – Intervista a Matteo Marenduzzo della Dischi Soviet Studio.

Dischi Soviet Studio

Incuriosito dalla qualità delle produzioni che la Dischi Soviet Studio di Cittadella in provincia di Padoca mi aveva permesso di apprezzare a partire dalla conoscenza con i MiSaCheNevica, ho pensato di intervistare Matteo Marenduzzo, titolare della giovane etichetta che vanta una capacità tutta italiana di dare vita a prodotti di qualità per la scelta dei musicisti in catalogo che per la misura di quel banale dettaglio che un tempo passava per audiofilia.

Ecco a voi l’intervista.

Maurio Boccuni/MUSICA (MB): Ti chiedo innanzitutto di presentarti brevemente per consentire ai lettori di MUSICA di capire con chi sto parlando

Riaffiora

Matteo Marenduzzo/Dischi Soviet Studio (MM): Carissimo, sono Matteo Marenduzzo, chitarrista dei Riaffiora, che ho fondato assieme a Andrea e Paolo nel 2002; sono poi membro dei Belle Epoque, progetto in cui accompagno, assieme sempre a parte dei Riaffiora, il cantautore Francesco Cerchiaro.

Francesco Cerchiaro

Nel 2009 ho fondato la Dischi Soviet Studio,etichetta per la quale sono usciti per ora 3 ep, “Varosliget ep” di Francesco Cerchiaro avec la Belle Epoque, “Antonio P” dei Riaffiora e

MiSaCheNevica

La mia prima guerra fredda”, dei MiSaCheNevica.

Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare con importanti produttori,tra cui Max Trisotto (Valentina Dorme,Northpole), Guido Elmi (Vasco Rossi, ma anche Esterina, splendido gruppo di Massarosa) ,e ora, per il prossimo disco dei Riaffiora, Ronan Chris Murphy, che ha lavorato, fra gli altri, con King Crimson, Tony Levin, Jamie Walters..

Tristemente devo ancora laurearmi,nonostante sia sulla trentina!

MB: Perché alla fine del primo decennio del 21° secolo, nella debacle totale del mercato della discografia si decide di aprire ancora un’altra etichetta musicale?

MM: Mi poni una domanda assolutamente pertinente.

L’obiettivo nostro, al momento, non è di certo lucrare con la musica.

L’urgenza di aprire una etichetta discografica, perchè di urgenza si tratta, è venuta piuttosto spontaneamente: abito in una città situata nella profonda provincia veneta, Cittadella , dove le strutture per proporre qualcosa, parlo soprattutto a livello di media ed etichette, scarseggiano, per usare un eufemismo. Il paradosso è che girando per i vari locali della zona, si assiste a concerti di gruppi di grosso spessore, ma che, forse perchè lontani dai centri nevralgici della scena musicale, fanno pochi live e non trovano modo di avere contratti discografici. Spesso quindi si sciolgono, frustrati dalla continua attesa di poter pubblicare qualcosa ma non aver nessuno che lo voglia fare. Io però  ho la fortuna di avere una sala prove (il Soviet Studio appunto) , dove convergono più band e musicisti, e mi è sembrata una mossa naturale voler proporre quanto di buono veniva fatto in queste session. Diciamo che non ho fatto altro che mettere in contatto le varie persone, e  tutti siamo stati d’accordo sul fatto di provare a smuovere la situazione stagnante che si era venuta a creare negli ultimi anni. Diciamo che il desiderio, forse un pò pretenzioso, è quello di fare emergere la scena musicale veneta.

E sicuramente di dare uno stimolo in più ai musicisti.

MB:Raccontiamo ai lettori dove si trovi l’etichetta, di quali strutture consista – uno studio suppongo – e poi che altro?

MM: L’etichetta si trova a Cittadella, nebbioso ma affascinante comune in provincia di Padova, dove vige molto il concetto dell’operoso nord est.

Siamo nati da non molto, (il primo disco è uscito nel Novembre 2009), ma insieme a tutte le band (oltre alle precedenti già citate, fanno parte del progetto “The Junction”,

The Junction

Neko At Stella”e  “Soviet Ladies”) abbiamo deciso di attrezzare un piccolo studio all’interno della mia sala prove,con la supervisione di Max Trisotto, ingegnere del suono di indiscutibile qualità che ci ha suggerito da cosa partire e come evolverci.

I risultati sono stati assolutamente soddisfacenti, la riprova è che abbiate messo in playlist l’ep dei MiSaCheNevica!

In questo modo riduciamo moltissimo il costo dello studio, normalmente sono io stesso a fare le riprese degli strumenti e ciò che risparmiamo da una parte lo investiamo in un buon ufficio stampa.

Attualmente collaboriamo  con Lunatik, che , devo dirlo, lavora splendidamente.

MB: Quali servizi offre DSStudio attualmente?

MM: DSS, fino ad ora, ha permesso alle proprie band di poter usufruire di uno studio senza limiti di tempo, facendo pagare unicamente il lavoro di mix, eseguito da professionisti

Abbiamo poi contatto con una stamperia di fiducia, che ci permette dei prezzi accessibili per la stampa fisica del cd; forniamo, come detto in precedenza, un ufficio stampa esterno per la promozione del cd; abbiamo un ufficio stampa interno che cura i vari comunicati stampa, grazie a Giulia Piazzon , e anche Walter Zanon ha dato e darà una splendida mano nei rapporti con la stampa; bbiamo un responsabile booking, Alberto Bettin, che sarà coadiuvato dalla 101 booking di Emanuele Brizzante per cercare di far suonare il più possibile i nostri gruppi nei vari club e festival.

Al momento abbiamo una distribuzione digitale sulle piattaforme più importanti, come iTunes, ma presto spero di avere anche una distribuzione fisica.

Lasciami poi  ringraziare anche Danilo Tomasetta, management dei Riaffiora, che ci sta dando una ulteriore mano per diffondere il più possibile il progetto Dischi Soviet Studio.

MB: Un tempo rendersi indipendenti dai meccanismi del sistema industriale dell’editoria musicale multinazionale era un’iniziativa osservata con ammirazione e speranza. Oggi l’aggettivo è diventato sinonimo di un sistema a parte, costituito da nicchie frammentate raccolte intorno al loro artista locale di culto, al festival di culto, e a tutta una serie di espressioni di costume dell’essere hip post litteram che poco ispirano e qualificano la vita artistica vera e propria. I fondatori di DSStudio quali obiettivi o fionalità si sono posti le settimane prima di aprire le attività? E come vorrebbero vedere evolversi questa realtà editoriale?

MM: Noi come Dischi Soviet Studio, indipendenti non per scelta, cerchiamo di promuovere in maniera ragionata una musica a nostro avviso assolutamente fresca e genuina, non una musica di nicchia, anzi spesso e volentieri un pop, non mainstream chiaramente, ma assolutamente godibile, almeno secondo il nostro parere, e fruibile in potenza da un grosso bacino di utenza di ascoltatori.

Non abbiamo niente contro nessuno, né frustrazioni di qualche genere, che talvolta popolano questo mondo.

Siamo certo in forte contrasto con la cultura dei reality dell’ultimo periodo, ma facciamo il nostro lavoro ugualmente, con la speranza è che qualcuno prima o poi se ne accorga seriamente, e visto che sto scrivendo ora questa intervista, significa che qualcosa di buono in questo senso è stato fatto.

MB: Passione è una condizione dell’essere di una persona che ti fa scavalcare fatiche, scarsità di risorse, vincoli, presunti fallimenti, delusioni e catastrofi di ogni genere. Raccontaci la tua passione, come si manifesta praticamente, cos’è che ti fa dimenticare anche la tua festa di compleanno e di ritirare il biglietto vincente alla lotteria?

MM: Biglietti vincenti non ne ho mai comprati,ti dirò , non sarebbe affatto male, mentre la vecchiaia che avanza mi fa dimenticare con piacere la data del compleanno!

A parte un pò di ironia (che permea comunque tutto il Soviet Studio), tentare di far parte di qualcosa, di essere utile in qualche modo per la musica, farla e produrla ,mi fa stare bene,

Semplicemente.

Ed è uno stare bene che si rinnova (quasi) ogni giorno.

MB: Sei un produttore con delle buone idee dai lavori che ho ascoltato. Coraggio, metti nero su bianco tutti i  tuoi miti e non miti ispiratori non solo musicali che ti hanno reso ciò che restituisci alla DSStudio.

MM: Prima di tutto ti ringrazio infinitamente, senza retorica, sono questi complimenti che danno la carica per continuare con ancora maggiore entusiasmo.

Per quanto mi riguarda, ho un approccio piuttosto istintivo alla musica, preferisco di gran lunga il buon gusto ai tecnicismi, e in effetti, nonostante suoni da vari anni, non sono neppure un ottimo chitarrista.

Ad ogni modo sono cresciuto con la musica, data la mia età, negli anni 90, ma non sono mai stato particolarmente appassionato al genere  grunge, che spopolava in quell’epoca. Ho amato però l’alternative dei primi dischi dei Placebo, poi assolutamente anche i Pulp e il brit pop, senza schierarmi però nella diatriba Oasis-Blur, all’epoca li apprezzavo entrambi. Trovo interessantissimi i primi dischi di Vasco Rossi, da Bollicine a Colpa D’alfredo, e anche “Che Cosa Vuoi Che Sia Una Canzone”, anche se recentemente è entrato di diritto tra i miei anti miti. Poi dico una banalità: i Beatles. (NdR: Matteo, io sono una vestale del Sacro Tempio) In ambito italiano mi piace l’onnipresente Lucio Battisti, assieme a Ivan Graziani e Rino Gaetano, poi De Andrè, imprescindibile. Trovo che Federico Fiumani dei Diaframma abbia uno stile di scrittura unico, come pure, in tempi recenti, mi appassiona Bianconi e in generale i Baustelle (omissis su tutti i nuovi parolieri che non amo, alcuni sono considerati come le rivelazioni più importanti degli ultimi anni, ma, al momento, non voglio farmi troppi nemici).

Ci sono veramente molto cose degne poi di nota, che hanno indiscutibilmente formato il mio gusto e stile musicale:i Mogwai, che proprio in questo momento sto ascoltando (New Paths to Helicon Part I), il primo disco degli Interpol, come pure il primo dei Coldplay, che fatico ora a digerire nelle nuove derive mainstream. In un concerto al Pedro, centro sociale di Padova, ho assistito ad un live degli International Noise Conspiracy, interessanti, affiancati dai Six By Seven, gruppo inglese, purtroppo semi sconosciuto all’epoca e ora sciolto, che mi ha assolutamente entusiasmato, tanto da farmi acquistare la discografia completa nel giro di pochi mesi ( e mi ha appassionato anche la tenacia del cantante, il grandissimo Chris Olley, che si autodefinisce, più serio che faceto, loser, ma che continua imperterrito a fare dischi).

Per quanto riguarda i gruppi più recenti, sul fronte americano/canadese splendidi gli Arcade Fire e i The National, che ricordo ancora in concerto all’Alcatraz pochi mesi fa. Ho pianto sulle note degli Sparklehorse e sulle prime cose dei Low. Poi non voglio dimenticare Smiths e Cure, Patty Pravo e si, mi prenderete per scemo, il Tozzi degli esordi:  già a 10 anni cantavo “Stella Stai” e “Gloria”(peraltro curiosamente simile, nel riff di chitarra, a “Disco 2000” dei Pulp).

Cito poi gli Afterhours, dovere, poi  altre band dell’indie italiano mi garbano, come Red Worms Farm, Valentina Dorme e Northpole (un pò di campanilismo veneto), le scelte di Pippola ( Brunori SAS e Dimartino),  Fosbury e Shyrec (etichette di amici) , quindi gli A Toys Orchestra; sto cominciando ad apprezzare i lavori della Slumberland Records, come i The Pains of Being Pure At Heart .

Odio con tutto me stesso tutti ciò che è patinato e tutto ciò che viene fuori dai reality di Maria De Filippi!

Nessuno escluso.

Mi sembra musica fatta con lo stampo, gelida,e permettimi di dire che odio il 90%, per non dire di più, degli arrangiamenti di tutti i gruppi per così dire mainstream italiani.
Li trovo tremendamente falsi e ancronistici.

Poi parlando in ambito non musicale, il cinema mi ha ispirato molto, da passioni giovanili come Alien e in particolare Alien 3, del non ancora giustamente considerato David Fincher, fino all’universo Horror a basso budget di film come The Blair Witch Project, ultimamente Rec e altre amenità simili.

Per non parlare poi di Cristiano Malgioglio, incredibile, anche solo per il look.

I miei idoli, comunque, sono persone che provano a realizzare una propria idea, spesso con pochi mezzi e senza alcuna sicurezza, ma con una incredibile tenacia.

MB: Prova a dare un consiglio pratico che la tua esperienza ti fa ritenere utile per chi legge MUSICA e una speranza idealistica utopica che offra lo slancio per non abbattersi di fronte alla mediocrità del vivere.

MM: Il mio consiglio, se siete musicisti, è di essere attivi e non aspettare contratti discografici perdipiù ora piuttosto improbabili: rimboccatevi le maniche e datevi da fare, investendo qualche soldo ci sono ottime speranze di fare in concreto qualcosa di interessante al giorno d’oggi.

La speranza utopica, per quanto mi riguarda, è che la Dischi Soviet Studio diventi la nuova Sub Pop,  e, se ciò succedesse, tutti dovrebbero esserne contenti, perchè significherebbe con certezza che tutto può accadere.

MB: Forza hai tutto lo spazio che vuoi per promuovere DSStudio. Oltre i 500 caratteri poi taglio io. No, scherzo 🙂

MM: Che dire, la Dischi Soviet Studio è nata col preciso intento di proporre una nuova scena musicale fino ad ora relegata nell’ombra, la scena veneta, costretta negli scantinati di un nord est impegnato più che altro a produrre beni concreti che musica.

Poi credo che la miglior pubblicità la possa fare la musica stessa, e per questo vi rimando al Myspace dell’etichetta ( myspace.com/sovietstudio ), e dei singoli gruppi, che nell’ordine sono:

Ah , ultima cosa: comprate i dischi su iTunes

Mauro Boccuni – Pozzuoli (Na), 21 gennaio 2011

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Intervista Matteo Marenduzzo della Dischi Soviet Studio per MUSICA/RPR by Mauro Boccuni is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
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